martedì 21 agosto 2012

Soddisfatto?


Barakolka è un bazar a 5 stelle, o almeno così l’ha definito Helder, un ragazzo portoghese anche lui stagista in Almaty. Non avevo mai visto un mercato così grande prima. Kilometri di container, banchi a perdita d’occhio. A 10 ore di macchina dal confine con la Cina, puoi trovare il meglio del made in China, dai souvenir ai computer, dall’intimo ai giocattoli. Abbiamo deciso di imbarcarci, un’ora e mezza di viaggio in autobus in un traffico degno dell’India, solo per passeggiare tra le bancarelle all’ora di pranzo sotto un sole incessantemente cocente. Non ho la più pallida idea del motivo per cui siamo voluti arrivare fin lì.
Mangiare in un Bazar non è proprio una sicurezza qui in Kazakhstan, ma la fame è fame. Siamo entrati in uno dei mille container, e abbiamo preso due involtini fritti a forma di mezza luna ripieni di carne ed una zuppa di fagioli. Rimasti lì, seduti al tavolo stile fastfood,faccia rivolta al muro e sgabelli traballanti. Le pareti ricoperte di sughero, il caldo, un silenzio animato dalle voci del bazar. L’aria pesante ed un ventilatore dal ronzio senza fine, l’aria ferma nonostante il suo continuo movimento. Una mosca. L’orologio fermo sempre sulla stessa ora, con la lancetta dei secondi tremolante e bloccata sempre allo stesso punto. La cassiera ci ha servito, 460 tenge due involtini e due zuppe, prezzo esilarante.
-          Petr, hai idea di quanto possa essere noioso lavorare qui tutto il giorno?
-          Serena, hai idea di cosa possa voler dire lavorare qui tutta la vita?
E poi la mosca, galleggiante nella zuppa.

Siamo andati via subito dopo pranzo, il caos e l’autobus troppo pieno. Sono andata direttamente a lavoro, stanchissima e con l’impressione di aver fatto un bagno nella sporcizia.
Il modulo undici del mio libro di lingua inglese tratta degli obiettivi nella vita, ambitions and dreams.
Il martedì ho lezione con solo due studenti, una coppia sposata tra i 25 ed i 29 anni. Uno degli esercizi era una sorta di test su se stessi, semplicemente risposte multiple su cosa possa essere importante nella vita. La soddisfazione in ambito lavorativo.

-          Io non ho risposto a questa domanda, ne ho anche parlato con mia moglie. Noi non conosciamo la soddisfazione in ambito lavorativo.
-          Intendi dire che non hai capito il significato della parola? Vuoi una definizione?
-          No, conosco la traduzione. Intendo dire che in Kazakhstan non conosciamo questo genere di sentimento.
-          Non credo sia possibile. Basta rispondere alla domanda: ti piace il tuo lavoro? Ecco, io sono soddisfatta del mio lavoro qui. Quando i miei alunni delle lezioni di giornalismo mi hanno abbracciata alla fine del corso ringraziandomi per quello che avevo fatto per loro, bhè… Ero soddisfatta del mio operato. Ero felice. Capisci cosa intendo?
-          Io credo che tutti i lavori siano uguali, alla fine è semplicemente un lavoro. Posso immaginare quel sentimento, credo sia bello. Qua non esiste.

sabato 11 agosto 2012

Scontri Interiori


Ho scritto questo inserto seduta per terra, in strada, le gambe incrociate ed il cappuccio della felpa rosa tirato su.
Da quando sono in Kazakhstan ho riscoperto l’amore per gli artisti di strada, ormai credo sia chiaro un po’ a tutti. Ogni volta che torno nel mio appartamento e ne parlo con le coinquiline, rimangono allibite. Storcono la bocca quasi infastidite dalle parole. Semplicemente, la maggior parte delle mie riflessioni, se così possono esser chiamate, nascono dagli incontri di persone, scontri di idee, di vite.

Olzhas ed Ulan avevano tre bonghi con loro. Suonavano ritmi tribali scambiandosi di tanto in tanto gli strumenti. Osservavo le mani muoversi frenetiche sulla pelle dei tamburi. Veloci e precise. Mi sono persa nella musica, nei loro occhi chiusi. Nei volti estasiati e al contempo sofferenti.
Sono volata a casa, nei luoghi familiari. Ero di nuovo nella mia camera dalle pareti avorio e rosse, l’arredamento etnico.
Sono ad Almaty da più di un mese ormai, la stanchezza comincia a farsi sentire, ma non rinnego un solo momento passato qui.
Fare ciò che amiamo, crescere, spesso, è faticoso. Difficile.
Veloce, preciso, doloroso.
Fa male, ma lo ami.


martedì 7 agosto 2012

Italia Kazaka


Ainura, una delle mie coinquiline, mi ha raccontato una barzelletta ieri sera. Non che fosse particolarmente divertente, ma il tema centrale è tutto italiano, quindi ho deciso di condividerla con il mondo. Partite anche dal presupposto che non parla particolarmente bene inglese, insomma, a mozzichi e bocconi, e oltretutto una barzelletta tradotta non è mai granché.
Comunque sia, detta brevemente:
Due signore sulla settantina decidono di andare in vacanza fuori dal Kazakhstan per Capodanno e sono indecise sulla meta. Una delle due propone all’altra di andare in Italia, la seconda risponde “In Italia? Non a Capodanno! Ho saputo che a mezzanotte buttano giù dal balcone le cose vecchie e non vorrei che buttassero giù anche noi!”
Poi mi ha chiesto se fosse vero, se realmente abbiamo questa strana usanza. Le ho risposto di sì, non tutti lo fanno, ma è sempre divertente buttar via il vecchio per augurare un nuovo inizio, e ovviamente le vecchiette ce le teniamo. La mia risposta l’ha fatta divertire più della barzelletta.
Così ha iniziato a pormi una valanga di domande con gli occhi affascinati di chi sta conoscendo un mondo lontano ed esotico.
Mi ha detto di aver visto un film ambientato in Italia in cui i protagonisti si sposavano tra parenti stretti e mi ha chiesto se fosse vero, era sicura di ricevere una risposta affermativa. Sono scoppiata a ridere, tra parenti? E’ incesto, diamine!  

Qualsiasi Paese nel mondo è avvolto da un alone di pregiudizi e luoghi comuni, alcuni divengono affascinanti, altri tremendamente assurdi e poco invitanti.
L’Italia kazaka è una realtà in cui la crisi esiste, ma non si sente perché tutto è estremamente bello nel senso più esteta possibile della parola, Berlusconi è ancora in carica, Mafia è solo un gioco di carte, tutti si muovono in Vespa, Celentano, Albano, i Ricchi e Poveri sono gli unici cantanti passati alla radio, si mangia tutto il giorno pasta condita con cultura, perché gli Italiani son tutti intelligenti e studiosi. A mio avviso una mistura di inferno e paradiso, ma per i kazaki è tutto positivo. Non poche convinzioni da sfatare, insomma.
Immaginate di presentarvi come una ragazza italiana, insegnante di inglese in Kazakhstan. Capirete da soli quanto possa suonar strano alle orecchie delle persone. Le frasi a seguire son sempre le stesse, da quale città?, hai mai visto il Papa?, Venezia come fa a rimanere in piedi?, sai cucinare?, Buongiorno Principessa!, l’Italia è il paese dei miei sogni.
Può succedere qualsiasi cosa in Italia, la crisi più grande del mondo, ma rimarrà sempre affascinante. Il potere del passato vince sui problemi del presente. Per molto mi sono domandata perché centinaia di immigrati continuano ad arrivare da noi ogni anno nonostante noi cerchiamo mille artefici possibili per andarcene, nonostante ci sia la fuga dei cervelli e tutto queste belle cose di cui i giornali parlano troppo poco. Poi ho letto la risposta in decine di occhi kazaki, ogni volta meno sfuggevole, sempre più chiara. Non è merito nostro, non lo sarà mai. E’ la nostra storia a piacere, la nostra cultura, ed è proprio quella a mancare ad un paese in via di sviluppo. Essere in via di sviluppo vuol dire crescere, aprire la mente e crearsi, vuol dire iniziare i primi passi della cultura e della conoscenza. Chi c’era prima di noi l’ha catturata e messa in mostra, noi ce ne siamo dimenticati e stiamo tentando di tornare indietro per non si sa quale assurdo motivo, ma il resto del mondo questo non lo sa. E rimaniamo affascinanti, belli.
Il BelPaese.


mercoledì 1 agosto 2012

Oltre l'Ordine


Da quando sono in Kazakhstan ho cambiato quattro lavori, e questo già lo sapete.
Sapete anche che ho lavorato in un campo estivo insieme a quattro stagisti, tre europei ed una coreana, e cinque dipendenti kazaki.
Non sapete che uno di loro era Alexander, Sasha, un ventitreenne di Astana.

Un pomeriggio ero in sua compagnia e con Simona, una ragazza romena, ci eravamo ritagliati dieci minuti di tempo per noi, per staccare dal ritmo incessante del lavoro con i bambini. Dopo averli messi a letto per il riposino pomeridiano, ci siamo allontanati dai cottage, seduti sul prato abbiamo cominciato a chiacchierare bevendo una sorta di caffè – agli occhi di un italiano semplice acqua sporca. Caffè e sigaretta, la pausa perfetta: è una legge valida in tutto il mondo. Sasha si è acceso una sigaretta, non so quale fosse la marca, ma era un di quelle molto fine, aromatizzate, che fanno tanto signora d’alta classe, il filtro era rosa. La femminilità fatta tabacco. Tra le mani di un uomo faceva tanto gay, l’ho detto a Sasha ridendo dopo aver scambiato uno sguardo d’intesa con Simona.
-        -  Non dirlo mai ad un kazako, è un affronto per noi. -
Sono rimasta sbalordita. Un qualsiasi mio amico italiano sarebbe stato al gioco senza nessun problema, ma lui era visibilmente offeso. Inutile dirlo, la nostra allegra conversazione ha cambiato indirizzo. Ogni parola mi lasciava sempre più di gesso. Non sapevo cosa rispondere, cosa pensare. Osservavo Simona cercare di aprire la mente di Sasha, violentare i suoi pensieri. Inutilmente.
-         - La prima volta che sono andato in Europa sono rimasto sconvolto. Ho visto uomini baciarsi per strada, davanti a tutti. E’ una cosa indecente. Qui non succederebbe mai. Se lo facessero sicuramente verrebbero menati, magari uccisi. –
Non sto esagerando, non sto romanzando.
-          - Dovresti vedere San Francisco – ha concluso Simona ormai consapevole della sua impotenza.
Stavamo parlando con ragazzo di ventitre anni amante di ogni forma d’arte.

Erano passati molti giorni da quella conversazione, a volte ci avevo ripensato, ma alla fine avevo lasciato perdere.
Una sera come tante sono uscita, una delle mie prime volte ad Arbat Street. Ho conosciuto un gruppo di ragazzi, sempre i soliti artisti, abbiamo trascorso insieme qualche ora.
Tra di loro c’era Nikita, un affascinante ballerino dai capelli mossi ed con il fisico un po’ troppo slanciato. Indossava una maglia a righe con lo scollo a barca ed un sorriso trentadue denti. Appena ha scoperto del mio essere italiana c’è stata un guizzo nei suoi occhi.
-          Io amo l’Italia, ci sono venuto per il concerto di Mariah Carrey! –
Dopo circa un’ora si è alzato ed è andato a comprare tre birre. Quando è tornato non si è avvicinato a noi, ha mandato un omone dai tratti mongoli a chiamarmi. Non ne capivo il motivo, ma sono andata da lui. Mi ha offerto una birra e mi ha detto che lui e quel ragazzo dall’aspetto dannatamente macho in realtà sono una coppia, vivono insieme da qualche mese, ma nessuno lo sa. Mi ha invitato ad andare insieme in un locale, solo per parlare un po’ dell’Italia, del mio mondo. La mattina dopo mi sarei dovuta svegliare presto per andare a lavoro ed era già mezzanotte. Gli ho lasciato i miei contatti, ma non ho resistito alla tentazione di fargli una domanda.
-        -   Nikita, com’è essere una coppia gay qui in Kazakhstan? –
-         -  E’ ok se non pretendi troppo, basta non mostrarsi, non esprimersi più di tanto e non ci sono problemi. - Perché, sei lesbica? –
-       -   No, era solo una curiosità –
L’ho raccontato alle mie coinquiline, mi ha hanno risposto che era veramente strano incontrare una coppia di omosessuali.

Il Kazakhstan, il ponte tra l’Europa e l’Asia. Il paese dell’equilibrio, della realtà senza sbavature. Le strade pulite ed i parchi curati. Le rose.
Un ordine risultato dell’essere ancora nel pieno del periodo post-sovietico, senza saperlo.
Mostrarsi al di fuori degli usi e costumi comuni è rompere l’ordine.
E questo la società non lo apprezza.