Ho scritto
questo inserto seduta per terra, in strada, le gambe incrociate ed il cappuccio
della felpa rosa tirato su.
Da quando
sono in Kazakhstan ho riscoperto l’amore per gli artisti di strada, ormai credo
sia chiaro un po’ a tutti. Ogni volta che torno nel mio appartamento e ne parlo
con le coinquiline, rimangono allibite. Storcono la bocca quasi infastidite
dalle parole. Semplicemente, la maggior parte delle mie riflessioni, se così
possono esser chiamate, nascono dagli incontri di persone, scontri di idee, di
vite.
Olzhas ed
Ulan avevano tre bonghi con loro. Suonavano ritmi tribali scambiandosi di tanto
in tanto gli strumenti. Osservavo le mani muoversi frenetiche sulla pelle dei
tamburi. Veloci e precise. Mi sono persa nella musica, nei loro occhi chiusi.
Nei volti estasiati e al contempo sofferenti.
Sono volata
a casa, nei luoghi familiari. Ero di nuovo nella mia camera dalle pareti avorio
e rosse, l’arredamento etnico.
Sono ad
Almaty da più di un mese ormai, la stanchezza comincia a farsi sentire, ma non
rinnego un solo momento passato qui.
Fare ciò che
amiamo, crescere, spesso, è faticoso. Difficile.
Veloce,
preciso, doloroso.
Fa male, ma lo ami.
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