martedì 21 agosto 2012

Soddisfatto?


Barakolka è un bazar a 5 stelle, o almeno così l’ha definito Helder, un ragazzo portoghese anche lui stagista in Almaty. Non avevo mai visto un mercato così grande prima. Kilometri di container, banchi a perdita d’occhio. A 10 ore di macchina dal confine con la Cina, puoi trovare il meglio del made in China, dai souvenir ai computer, dall’intimo ai giocattoli. Abbiamo deciso di imbarcarci, un’ora e mezza di viaggio in autobus in un traffico degno dell’India, solo per passeggiare tra le bancarelle all’ora di pranzo sotto un sole incessantemente cocente. Non ho la più pallida idea del motivo per cui siamo voluti arrivare fin lì.
Mangiare in un Bazar non è proprio una sicurezza qui in Kazakhstan, ma la fame è fame. Siamo entrati in uno dei mille container, e abbiamo preso due involtini fritti a forma di mezza luna ripieni di carne ed una zuppa di fagioli. Rimasti lì, seduti al tavolo stile fastfood,faccia rivolta al muro e sgabelli traballanti. Le pareti ricoperte di sughero, il caldo, un silenzio animato dalle voci del bazar. L’aria pesante ed un ventilatore dal ronzio senza fine, l’aria ferma nonostante il suo continuo movimento. Una mosca. L’orologio fermo sempre sulla stessa ora, con la lancetta dei secondi tremolante e bloccata sempre allo stesso punto. La cassiera ci ha servito, 460 tenge due involtini e due zuppe, prezzo esilarante.
-          Petr, hai idea di quanto possa essere noioso lavorare qui tutto il giorno?
-          Serena, hai idea di cosa possa voler dire lavorare qui tutta la vita?
E poi la mosca, galleggiante nella zuppa.

Siamo andati via subito dopo pranzo, il caos e l’autobus troppo pieno. Sono andata direttamente a lavoro, stanchissima e con l’impressione di aver fatto un bagno nella sporcizia.
Il modulo undici del mio libro di lingua inglese tratta degli obiettivi nella vita, ambitions and dreams.
Il martedì ho lezione con solo due studenti, una coppia sposata tra i 25 ed i 29 anni. Uno degli esercizi era una sorta di test su se stessi, semplicemente risposte multiple su cosa possa essere importante nella vita. La soddisfazione in ambito lavorativo.

-          Io non ho risposto a questa domanda, ne ho anche parlato con mia moglie. Noi non conosciamo la soddisfazione in ambito lavorativo.
-          Intendi dire che non hai capito il significato della parola? Vuoi una definizione?
-          No, conosco la traduzione. Intendo dire che in Kazakhstan non conosciamo questo genere di sentimento.
-          Non credo sia possibile. Basta rispondere alla domanda: ti piace il tuo lavoro? Ecco, io sono soddisfatta del mio lavoro qui. Quando i miei alunni delle lezioni di giornalismo mi hanno abbracciata alla fine del corso ringraziandomi per quello che avevo fatto per loro, bhè… Ero soddisfatta del mio operato. Ero felice. Capisci cosa intendo?
-          Io credo che tutti i lavori siano uguali, alla fine è semplicemente un lavoro. Posso immaginare quel sentimento, credo sia bello. Qua non esiste.

sabato 11 agosto 2012

Scontri Interiori


Ho scritto questo inserto seduta per terra, in strada, le gambe incrociate ed il cappuccio della felpa rosa tirato su.
Da quando sono in Kazakhstan ho riscoperto l’amore per gli artisti di strada, ormai credo sia chiaro un po’ a tutti. Ogni volta che torno nel mio appartamento e ne parlo con le coinquiline, rimangono allibite. Storcono la bocca quasi infastidite dalle parole. Semplicemente, la maggior parte delle mie riflessioni, se così possono esser chiamate, nascono dagli incontri di persone, scontri di idee, di vite.

Olzhas ed Ulan avevano tre bonghi con loro. Suonavano ritmi tribali scambiandosi di tanto in tanto gli strumenti. Osservavo le mani muoversi frenetiche sulla pelle dei tamburi. Veloci e precise. Mi sono persa nella musica, nei loro occhi chiusi. Nei volti estasiati e al contempo sofferenti.
Sono volata a casa, nei luoghi familiari. Ero di nuovo nella mia camera dalle pareti avorio e rosse, l’arredamento etnico.
Sono ad Almaty da più di un mese ormai, la stanchezza comincia a farsi sentire, ma non rinnego un solo momento passato qui.
Fare ciò che amiamo, crescere, spesso, è faticoso. Difficile.
Veloce, preciso, doloroso.
Fa male, ma lo ami.


martedì 7 agosto 2012

Italia Kazaka


Ainura, una delle mie coinquiline, mi ha raccontato una barzelletta ieri sera. Non che fosse particolarmente divertente, ma il tema centrale è tutto italiano, quindi ho deciso di condividerla con il mondo. Partite anche dal presupposto che non parla particolarmente bene inglese, insomma, a mozzichi e bocconi, e oltretutto una barzelletta tradotta non è mai granché.
Comunque sia, detta brevemente:
Due signore sulla settantina decidono di andare in vacanza fuori dal Kazakhstan per Capodanno e sono indecise sulla meta. Una delle due propone all’altra di andare in Italia, la seconda risponde “In Italia? Non a Capodanno! Ho saputo che a mezzanotte buttano giù dal balcone le cose vecchie e non vorrei che buttassero giù anche noi!”
Poi mi ha chiesto se fosse vero, se realmente abbiamo questa strana usanza. Le ho risposto di sì, non tutti lo fanno, ma è sempre divertente buttar via il vecchio per augurare un nuovo inizio, e ovviamente le vecchiette ce le teniamo. La mia risposta l’ha fatta divertire più della barzelletta.
Così ha iniziato a pormi una valanga di domande con gli occhi affascinati di chi sta conoscendo un mondo lontano ed esotico.
Mi ha detto di aver visto un film ambientato in Italia in cui i protagonisti si sposavano tra parenti stretti e mi ha chiesto se fosse vero, era sicura di ricevere una risposta affermativa. Sono scoppiata a ridere, tra parenti? E’ incesto, diamine!  

Qualsiasi Paese nel mondo è avvolto da un alone di pregiudizi e luoghi comuni, alcuni divengono affascinanti, altri tremendamente assurdi e poco invitanti.
L’Italia kazaka è una realtà in cui la crisi esiste, ma non si sente perché tutto è estremamente bello nel senso più esteta possibile della parola, Berlusconi è ancora in carica, Mafia è solo un gioco di carte, tutti si muovono in Vespa, Celentano, Albano, i Ricchi e Poveri sono gli unici cantanti passati alla radio, si mangia tutto il giorno pasta condita con cultura, perché gli Italiani son tutti intelligenti e studiosi. A mio avviso una mistura di inferno e paradiso, ma per i kazaki è tutto positivo. Non poche convinzioni da sfatare, insomma.
Immaginate di presentarvi come una ragazza italiana, insegnante di inglese in Kazakhstan. Capirete da soli quanto possa suonar strano alle orecchie delle persone. Le frasi a seguire son sempre le stesse, da quale città?, hai mai visto il Papa?, Venezia come fa a rimanere in piedi?, sai cucinare?, Buongiorno Principessa!, l’Italia è il paese dei miei sogni.
Può succedere qualsiasi cosa in Italia, la crisi più grande del mondo, ma rimarrà sempre affascinante. Il potere del passato vince sui problemi del presente. Per molto mi sono domandata perché centinaia di immigrati continuano ad arrivare da noi ogni anno nonostante noi cerchiamo mille artefici possibili per andarcene, nonostante ci sia la fuga dei cervelli e tutto queste belle cose di cui i giornali parlano troppo poco. Poi ho letto la risposta in decine di occhi kazaki, ogni volta meno sfuggevole, sempre più chiara. Non è merito nostro, non lo sarà mai. E’ la nostra storia a piacere, la nostra cultura, ed è proprio quella a mancare ad un paese in via di sviluppo. Essere in via di sviluppo vuol dire crescere, aprire la mente e crearsi, vuol dire iniziare i primi passi della cultura e della conoscenza. Chi c’era prima di noi l’ha catturata e messa in mostra, noi ce ne siamo dimenticati e stiamo tentando di tornare indietro per non si sa quale assurdo motivo, ma il resto del mondo questo non lo sa. E rimaniamo affascinanti, belli.
Il BelPaese.


mercoledì 1 agosto 2012

Oltre l'Ordine


Da quando sono in Kazakhstan ho cambiato quattro lavori, e questo già lo sapete.
Sapete anche che ho lavorato in un campo estivo insieme a quattro stagisti, tre europei ed una coreana, e cinque dipendenti kazaki.
Non sapete che uno di loro era Alexander, Sasha, un ventitreenne di Astana.

Un pomeriggio ero in sua compagnia e con Simona, una ragazza romena, ci eravamo ritagliati dieci minuti di tempo per noi, per staccare dal ritmo incessante del lavoro con i bambini. Dopo averli messi a letto per il riposino pomeridiano, ci siamo allontanati dai cottage, seduti sul prato abbiamo cominciato a chiacchierare bevendo una sorta di caffè – agli occhi di un italiano semplice acqua sporca. Caffè e sigaretta, la pausa perfetta: è una legge valida in tutto il mondo. Sasha si è acceso una sigaretta, non so quale fosse la marca, ma era un di quelle molto fine, aromatizzate, che fanno tanto signora d’alta classe, il filtro era rosa. La femminilità fatta tabacco. Tra le mani di un uomo faceva tanto gay, l’ho detto a Sasha ridendo dopo aver scambiato uno sguardo d’intesa con Simona.
-        -  Non dirlo mai ad un kazako, è un affronto per noi. -
Sono rimasta sbalordita. Un qualsiasi mio amico italiano sarebbe stato al gioco senza nessun problema, ma lui era visibilmente offeso. Inutile dirlo, la nostra allegra conversazione ha cambiato indirizzo. Ogni parola mi lasciava sempre più di gesso. Non sapevo cosa rispondere, cosa pensare. Osservavo Simona cercare di aprire la mente di Sasha, violentare i suoi pensieri. Inutilmente.
-         - La prima volta che sono andato in Europa sono rimasto sconvolto. Ho visto uomini baciarsi per strada, davanti a tutti. E’ una cosa indecente. Qui non succederebbe mai. Se lo facessero sicuramente verrebbero menati, magari uccisi. –
Non sto esagerando, non sto romanzando.
-          - Dovresti vedere San Francisco – ha concluso Simona ormai consapevole della sua impotenza.
Stavamo parlando con ragazzo di ventitre anni amante di ogni forma d’arte.

Erano passati molti giorni da quella conversazione, a volte ci avevo ripensato, ma alla fine avevo lasciato perdere.
Una sera come tante sono uscita, una delle mie prime volte ad Arbat Street. Ho conosciuto un gruppo di ragazzi, sempre i soliti artisti, abbiamo trascorso insieme qualche ora.
Tra di loro c’era Nikita, un affascinante ballerino dai capelli mossi ed con il fisico un po’ troppo slanciato. Indossava una maglia a righe con lo scollo a barca ed un sorriso trentadue denti. Appena ha scoperto del mio essere italiana c’è stata un guizzo nei suoi occhi.
-          Io amo l’Italia, ci sono venuto per il concerto di Mariah Carrey! –
Dopo circa un’ora si è alzato ed è andato a comprare tre birre. Quando è tornato non si è avvicinato a noi, ha mandato un omone dai tratti mongoli a chiamarmi. Non ne capivo il motivo, ma sono andata da lui. Mi ha offerto una birra e mi ha detto che lui e quel ragazzo dall’aspetto dannatamente macho in realtà sono una coppia, vivono insieme da qualche mese, ma nessuno lo sa. Mi ha invitato ad andare insieme in un locale, solo per parlare un po’ dell’Italia, del mio mondo. La mattina dopo mi sarei dovuta svegliare presto per andare a lavoro ed era già mezzanotte. Gli ho lasciato i miei contatti, ma non ho resistito alla tentazione di fargli una domanda.
-        -   Nikita, com’è essere una coppia gay qui in Kazakhstan? –
-         -  E’ ok se non pretendi troppo, basta non mostrarsi, non esprimersi più di tanto e non ci sono problemi. - Perché, sei lesbica? –
-       -   No, era solo una curiosità –
L’ho raccontato alle mie coinquiline, mi ha hanno risposto che era veramente strano incontrare una coppia di omosessuali.

Il Kazakhstan, il ponte tra l’Europa e l’Asia. Il paese dell’equilibrio, della realtà senza sbavature. Le strade pulite ed i parchi curati. Le rose.
Un ordine risultato dell’essere ancora nel pieno del periodo post-sovietico, senza saperlo.
Mostrarsi al di fuori degli usi e costumi comuni è rompere l’ordine.
E questo la società non lo apprezza.


domenica 29 luglio 2012

Corretti e Condannati


- Sai perché suono qui tutte le sere? Sempre sulla stessa panchina da sette mesi?  
Su quel tetto lì, proprio il tetto del palazzo davanti a noi, sì, ecco… Su quel tetto lì ho avuto mio figlio. Ha setti mesi ora, e mia moglie non me l’ha mai fatto vedere. Dice che bevo troppa vodka e che suonare per strada non è il lavoro adatto a un padre di famiglia.
- Arsen, ma quanti anni hai?
- 23.


C’è da dire una cosa: in Kazakhstan ci si sposa anche a diciotto anni. Quando l’ho scoperto sono rimasta sbalordita. Mi sono immaginata in abito bianco, e mi è scoppiata una fragorosa risata. Perché? Ancora non l’ho capito.
Essere giovani, qui, è tutta un’altra cosa, e, come in tutto il mondo, esistono due tipi di persone: i corretti, ed i condannati. Non so dire quale categoria sia la più interessante.

Ero in un parco, “Twenty-eight Panfilov Park”, costruito durante l’era sovietica, enorme, bellissimo. Rose ovunque ed un verde realmente verde. Quel colore che sa di natura. Mille stradine si diramano tra i vari giardini, si incrociano e si perdono per poi sbucare in enormi spiazzali ricchi di imponenti monumenti. Ad ogni via d’uscita, rimanevo senza fiato. Sono opere in onore dei caduti durante il periodo di dominazione URSS, dallo stile pienamente futurista, in bronzo, scure. Ferme, ma in movimento. Ti dominano dall’alto. E’ questo lo scenario delle foto di nozze di tutte le giovani coppie kazake. In un’ora mezza avrò visto almeno mezza dozzina di spose in vaporosi abiti bianchi. Ecco, se mi doveste chiedere quale sia lo scenario adatto ad un matrimonio, di certo non vi risponderei  “Twenty-eight Panfilov Park”. Penserei al Colosseo, al mare in tramonto, ad un paesaggio toscano. L’ho spiegato alle mie coinquiline, la loro risposta mi ha lasciato senza parole: fare le foto del proprio matrimonio qui è il modo migliore per onorare la nostra Patria.
Gioventù corretta.


Più o meno tutti tendono a sposarsi presto, a prescindere da quali siano le proprie aspettative di vita. L’età del matrimonio si è anche alzata, prima già a quindici, sedici anni si convolava a nozze.
Il discorso principale è che l’istruzione pubblica c’è, ma solo quella obbligatoria, è eredità del periodo sovietico. Si arriva ad un livello base di conoscenze, dopo di che o hai una famiglia in grado di appoggiarti realmente, o la retta universitaria non te la potrai mai permettere. Un’università “Pubblica” in Kazakhstan costa quanto una privata in Italia. Qui la diversità si fa evidente. Non c’è un ceto medio, o sei ricco, o sei povero. Povero. Nessun lavoro, anche a causa del tasso alcolico. Ti ritrovi per strada, con una tenda da campeggio, una chitarra ed un cappello.
Gioventù condannata.



Arbat Street è un’isola pedonale in cui la sera si raduna la movida e si scontrano i due mondi.
Giovani che chiedono aiuto a Giovani.
Da una lato della strada ventenni sorseggiano cocktail al tavolino, dall’altro  - gli altri – ventenni bevono vodka seduti sul prato.


venerdì 27 luglio 2012

Quando la Multicultura diventa Amore


Ho un appartamento in pieno centro qui ad Almaty. Mi basta girare l’angolo per trovarmi in un’area pedonale, dal nome impronunciabile, punto di riferimento di tutti gli artisti locali.

Due giorni fa.
Ero a casa a lavorare sulle mie ricerche da tutto il giorno, quando la mia testa ha deciso di essere arrivata al punto di non ritorno. Ho mollato il lavoro e ho chiamato la mia famiglia su skype. Non avevo voglia di far nulla, volevo solo dormire. Alla fine mia madre mi ha, più che convinta, costretta ad andare a fare due passi, anche solo per ossigenare il cervello.

E mi sono avviata verso la strada degli artisti.

C’era un ragazzo con una chitarra. Rock leggero in russo. Veramente bravo. Mi sono seduta davanti a lui, su uno scalino, e sono rimasta ad ascoltarlo per una decina di minuti. Poi ha passato la chitarra ad un suo amico ed è venuto a sedersi accanto a me. Per l’ennesima volta da quando sono qui, ho inveito sulla Torre di Babele, io parlavo in inglese, lui in russo, ma un modo per capirsi – sudatissimo – lo si trovava. E’ passata una sua amica, con un inglese perfetto e pulitissimo, l’abbiamo seguita, finalmente avevamo trovato un’interprete. Anche lei era in compagnia di un gruppo di artisti di strada, siamo rimasti a chiacchierare tutti insieme.

E’ stato così che li ho scoperti, per puro caso, neanche volevo uscire di casa quel giorno.
“Les Zarmalouloux” sono un gruppo di artisti di strada francesi. Tre anni fa hanno deciso di lasciare tutto e partire. Cambiare vita per sentirsi vivi e sorridere. O meglio, far sorridere.
Hanno iniziato il loro viaggio dall’America per poi spostarsi nel continente euroasiatico.
Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, Equador, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, Messico , USA (east cost). E ancora:   Cina,Vietnam, Laos, Cambogia,Tailandia, Malesia, Singapore, India. Ora sono in Kazakhstan in attesa del visto per entrare in Kirghizistan. Poi li aspetterà l’Europa dell’est e, forse, il ritorno in  Francia.
Girano il mondo armati di biciclette e naso rosso.

Li ho incontrati, mi hanno detto che stavano per avere una performance, non sapevano se il giorno dopo sarebbe stati ancora lì. Quindi sono tornata a casa, di corsa, ho preso la mia macchinetta fotografica, il mio laptop, e ho assistito sbalordita al loro spettacolo di giocoleria.
Ciò che lascia senza fiato non è la chitarra in bilico sul naso, ma il loro modo di approcciarsi alle persone, alla vita. Gli occhi e la voglia di comunicare oltre le lingue del mondo.
Mi hanno detto che lo show è sempre lo stesso, ma ogni sera è diverso. Non capivo cosa intendessero fino a quando un signore kazako sulla sessantina si è alzato da pubblico ed è andato da loro, ha preso la chitarra e si è messo a cantare una canzone in russo. Poi tutti li hanno ringraziati, in mille lingue e con il linguaggio del corpo. Sorridevano e ripetavo “Spasiba”. Avevano l’espressione di chi sta provando un’esperienza del genere per la prima volta, eppure, sono tre anni che lavorano in questo campo.
Sono rimasta a parlare con loro alla fine. Mi hanno insegnato (o almeno hanno tentato di insegnarmi) a giocare con le bandiere e le clavette. In tutta la mia goffaggine, non mi sono mai sentita così tanto nel momento giusto al posto giusto, a mio agio. Ci conoscevamo a malapena e mi trattavano come se fossi parte della loro famiglia. Mi hanno offerto da bere, poi la cena ed un passaggio in bicicletta. Mille sorrisi. Abbiamo cantato insieme “Bella Ciao” e mi hanno chiesto di tradurgli in inglese un testo di De Andrè, perché loro non cantano nulla di cui non conoscono il significato, perché amano “Bocca di Rosa” ma vogliono comprenderla realmente prima di inserirla nella loro scaletta. Di ogni Nazione imparano una danza tipica, un canto caratteristico, per poi renderlo parte del loro bagaglio di conoscenza da trasmettere all’altro.

Un tripudio di cultura, di amore, di felicità

Il Nirvana, proprio qui, sotto i nostri occhi.



lunedì 23 luglio 2012

Sapori di casa


Due post, due volte inizio parlando di cibo, sarà perché sono italiana.

Dunque, non so chi di voi abbia mai avuto la fortuna di mangiare gli Struffoli, credo siano tipici solo della Campania (mi lascio il beneficio del dubbio). I miei parenti sono di Salerno, e la mia brava nonna campana li prepara sempre durante i periodi di festa.
Vi domanderete cosa ci capano i dolcetti di una nonna pseudo napoletana in un diario kazako … Bhè, un motivo c’è, siate pazienti ed andate avanti con la lettura.
Dopo mille traslochi ho finalmente trovato la mia casa definitiva per i restanti  trentatre giorni qui ad Almaty. Sono ospite di due ragazze, due sorelle, kazake. La madre è veramente un amore, prepara manicaretti tutti i giorni e non fa altro che ripetermi di prendere la seconda porzione di ogni portata. Non abita qui con noi, ma ogni santissima mattina viene in città con le buste della spesa e si chiude in cucina per tre o quattro ore. Ieri, ho avuto il piacere e l’onore di assaggiare i Chak-Chak, dolci tipicamente tartari più che kazaki. Insomma, queste leccornie non sono altro che degli Struffoli con una forma diversa, con tanto di miele sopra, anziché presentarsi come delle palline, sono delle striscioline di pasta dalla sagoma irregolare. A prima vista ricordano tanto le Fonzies!
Tutto questo per dire che nonostante i nonsoquantikm tra Almaty e Napoli, in fondo, non siamo poi così diversi. Ho mangiato un dolce e mi sono sentita finalmente a casa, niente più shock culturale, niente più malinconia.

Questo collegamento culinario mi è piaciuto veramente tanto e lo so, son banale, ma forse sarà vero che tutto il mondo è paese?

P.s. Non potete neanche immaginare quanto sia difficile scrivere con le dita impiastricciate di miele, ma che me frega: il computer mica è mio!


sabato 21 luglio 2012

Dopo 12 giorni si comincia a scrivere...


Mi piace pensare che il Kazakhstan sia come la sua cucina locale, buona, sì, ma difficile da digerire.
Per pranzo una volta mi hanno servito una zuppa non altrimenti identificabile,  con dentro una – giuro, una sola – polpetta. Non so di quale tipo di carne fosse, non ne ho la più pallida idea, ma, all’ora di cena, la sentivo ancora come una palletta di cemento sullo stomaco.
Almaty ti dà esattamente la stessa sensazione: è bella, sì, ma difficile da digerire.
Semplicemente, difficile da vivere

Sono arrivata all’aeroporto di Almaty alle 2 del mattino il 9 luglio, dopo una ventina d’ore di viaggio e con 4 ore di jet-lag sulle spalle. La prima sorpresa è stata il non trovare nessuno all’aeroporto. Ora immagina:  sei entusiasta come pochi, aspetti questo viaggio da tanto di quel tempo che ormai ti sembra surreale, e nessuno ti viene a prendere all’aeroporto come previsto. Non hai soldi locali, ogni volta che hai tentato di cambiare gli € in tenge in Europa ti hanno guardata come se stessi parlando di una moneta marziana, non parli la lingua locale, d’altro canto, nessuno conosce l’inglese. Non puoi comunicare, non hai la simcard del posto, non sai dove devi andare per la notte. Non sai. Panico.
Alla fine sono riuscita a chiamare dopo un’ora il mio referente, in 3 minuti di chiamata ho speso 20 € di credito, non scherzo. Dopo due ore e più di attesa estenuante in cui non so quante ho ripetuto di non volere un taxi, mi hanno messa in una macchina, portata a cambiare i soldi, a comprare qualcosa da mangiare, e lasciata in una casa. Non c’era nessuno, luogo indefinito. Le 6 del mattino, tanta stanchezza ed un preservativo usato sulla testata del letto. Capelli ovunque. Capelli sulle coperte pulite. Capelli per terra. Capelli in frigo. Non sapevo dove metter i piedi, dove poggiare la testa. Ha vinto la stanchezza. Dopo una serie di telefonate urlanti, sono crollata e alle 2 del pomeriggio ho lasciato quel maledetto posto. Ho pranzato in un fastfood e mi hanno portata in un Kindergarten in cui avrei lavorato e vissuto per 3 giorni. 24h su 24 chiusa dentro. Il custode parlava esclusivamente russo, chiudeva tutte le porte alle 8/9 di sera e se ne andava a dormire. Non si poteva uscire neanche in giardino. Lavoravo con una ragazza coreana, una danese ed una romena (detta così sembra l’inizio di una barzelletta da quattro soldi!), dormivamo nei lettini dove i pupi riposavano il pomeriggio. Io sono corta un metro e sessanta, ma rimanevo comunque con i piedi di fuori. Ho un’intolleranza al latte, e lo sapevano, risultato? Tre sere senza cena ed una avvelenata. Così, dopo tre giorni e altre mille lamentele, ci siamo spostate in un campo vacanze in cui nulla rispettava in contratto. Vita assurda, sembrava un campo militare. Un attacco di panico e due giorni dopo ho cambiato di nuovo casa, quartiere malfamato di Almaty. Zozzume raro, ma niente preservativi. Poi un’altra casa, un altro lavoro, un’altra casa ancora ed una nuova offerta di lavoro.

Oggi.
Sperando di poter vivere più la città e la cultura, non i problemi.
Soddisfatta di come ho affrontato mille casini.
-        -  Fuck the system that is trying to fuck you!