Mi piace
pensare che il Kazakhstan sia come la sua cucina locale, buona, sì, ma difficile da
digerire.
Per pranzo
una volta mi hanno servito una zuppa non altrimenti identificabile, con dentro una – giuro, una sola – polpetta.
Non so di quale tipo di carne fosse, non ne ho la più pallida idea, ma, all’ora
di cena, la sentivo ancora come una palletta di cemento sullo stomaco.
Almaty ti dà
esattamente la stessa sensazione: è bella, sì, ma difficile da digerire.
Semplicemente,
difficile da vivere
Sono
arrivata all’aeroporto di Almaty alle 2 del mattino il 9 luglio, dopo una
ventina d’ore di viaggio e con 4 ore di jet-lag sulle spalle. La prima sorpresa
è stata il non trovare nessuno all’aeroporto. Ora immagina: sei entusiasta come pochi, aspetti questo
viaggio da tanto di quel tempo che ormai ti sembra surreale, e nessuno ti viene
a prendere all’aeroporto come previsto. Non hai soldi locali, ogni volta che
hai tentato di cambiare gli € in tenge in Europa ti hanno guardata come se stessi
parlando di una moneta marziana, non parli la lingua locale, d’altro canto, nessuno conosce l’inglese. Non puoi comunicare, non hai la simcard del posto,
non sai dove devi andare per la notte. Non sai. Panico.
Alla fine
sono riuscita a chiamare dopo un’ora il mio referente, in 3 minuti di chiamata
ho speso 20 € di credito, non scherzo. Dopo due ore e più di attesa estenuante
in cui non so quante ho ripetuto di non volere un taxi, mi hanno messa in una
macchina, portata a cambiare i soldi, a comprare qualcosa da mangiare, e
lasciata in una casa. Non c’era nessuno, luogo indefinito. Le 6 del mattino,
tanta stanchezza ed un preservativo usato sulla testata del letto. Capelli
ovunque. Capelli sulle coperte pulite. Capelli per terra. Capelli in frigo. Non
sapevo dove metter i piedi, dove poggiare la testa. Ha vinto la stanchezza.
Dopo una serie di telefonate urlanti, sono crollata e alle 2 del pomeriggio ho
lasciato quel maledetto posto. Ho pranzato in un fastfood e mi hanno portata in
un Kindergarten in cui avrei lavorato e vissuto per 3 giorni. 24h su 24 chiusa
dentro. Il custode parlava esclusivamente russo, chiudeva tutte le porte alle
8/9 di sera e se ne andava a dormire. Non si poteva uscire neanche in giardino.
Lavoravo con una ragazza coreana, una danese ed una romena (detta così sembra
l’inizio di una barzelletta da quattro soldi!), dormivamo nei lettini dove i
pupi riposavano il pomeriggio. Io sono corta un metro e sessanta, ma rimanevo comunque con
i piedi di fuori. Ho un’intolleranza al latte, e lo sapevano, risultato? Tre
sere senza cena ed una avvelenata. Così, dopo tre giorni e altre mille lamentele, ci siamo spostate in un campo vacanze in cui nulla rispettava in contratto. Vita
assurda, sembrava un campo militare. Un attacco di panico e due giorni dopo ho
cambiato di nuovo casa, quartiere malfamato di Almaty. Zozzume raro, ma niente
preservativi. Poi un’altra casa, un altro lavoro, un’altra casa ancora ed una
nuova offerta di lavoro.
Oggi.
Sperando di
poter vivere più la città e la cultura, non i problemi.
Soddisfatta
di come ho affrontato mille casini.
- - Fuck
the system that is trying to fuck you!

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