venerdì 27 luglio 2012

Quando la Multicultura diventa Amore


Ho un appartamento in pieno centro qui ad Almaty. Mi basta girare l’angolo per trovarmi in un’area pedonale, dal nome impronunciabile, punto di riferimento di tutti gli artisti locali.

Due giorni fa.
Ero a casa a lavorare sulle mie ricerche da tutto il giorno, quando la mia testa ha deciso di essere arrivata al punto di non ritorno. Ho mollato il lavoro e ho chiamato la mia famiglia su skype. Non avevo voglia di far nulla, volevo solo dormire. Alla fine mia madre mi ha, più che convinta, costretta ad andare a fare due passi, anche solo per ossigenare il cervello.

E mi sono avviata verso la strada degli artisti.

C’era un ragazzo con una chitarra. Rock leggero in russo. Veramente bravo. Mi sono seduta davanti a lui, su uno scalino, e sono rimasta ad ascoltarlo per una decina di minuti. Poi ha passato la chitarra ad un suo amico ed è venuto a sedersi accanto a me. Per l’ennesima volta da quando sono qui, ho inveito sulla Torre di Babele, io parlavo in inglese, lui in russo, ma un modo per capirsi – sudatissimo – lo si trovava. E’ passata una sua amica, con un inglese perfetto e pulitissimo, l’abbiamo seguita, finalmente avevamo trovato un’interprete. Anche lei era in compagnia di un gruppo di artisti di strada, siamo rimasti a chiacchierare tutti insieme.

E’ stato così che li ho scoperti, per puro caso, neanche volevo uscire di casa quel giorno.
“Les Zarmalouloux” sono un gruppo di artisti di strada francesi. Tre anni fa hanno deciso di lasciare tutto e partire. Cambiare vita per sentirsi vivi e sorridere. O meglio, far sorridere.
Hanno iniziato il loro viaggio dall’America per poi spostarsi nel continente euroasiatico.
Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, Equador, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, Messico , USA (east cost). E ancora:   Cina,Vietnam, Laos, Cambogia,Tailandia, Malesia, Singapore, India. Ora sono in Kazakhstan in attesa del visto per entrare in Kirghizistan. Poi li aspetterà l’Europa dell’est e, forse, il ritorno in  Francia.
Girano il mondo armati di biciclette e naso rosso.

Li ho incontrati, mi hanno detto che stavano per avere una performance, non sapevano se il giorno dopo sarebbe stati ancora lì. Quindi sono tornata a casa, di corsa, ho preso la mia macchinetta fotografica, il mio laptop, e ho assistito sbalordita al loro spettacolo di giocoleria.
Ciò che lascia senza fiato non è la chitarra in bilico sul naso, ma il loro modo di approcciarsi alle persone, alla vita. Gli occhi e la voglia di comunicare oltre le lingue del mondo.
Mi hanno detto che lo show è sempre lo stesso, ma ogni sera è diverso. Non capivo cosa intendessero fino a quando un signore kazako sulla sessantina si è alzato da pubblico ed è andato da loro, ha preso la chitarra e si è messo a cantare una canzone in russo. Poi tutti li hanno ringraziati, in mille lingue e con il linguaggio del corpo. Sorridevano e ripetavo “Spasiba”. Avevano l’espressione di chi sta provando un’esperienza del genere per la prima volta, eppure, sono tre anni che lavorano in questo campo.
Sono rimasta a parlare con loro alla fine. Mi hanno insegnato (o almeno hanno tentato di insegnarmi) a giocare con le bandiere e le clavette. In tutta la mia goffaggine, non mi sono mai sentita così tanto nel momento giusto al posto giusto, a mio agio. Ci conoscevamo a malapena e mi trattavano come se fossi parte della loro famiglia. Mi hanno offerto da bere, poi la cena ed un passaggio in bicicletta. Mille sorrisi. Abbiamo cantato insieme “Bella Ciao” e mi hanno chiesto di tradurgli in inglese un testo di De Andrè, perché loro non cantano nulla di cui non conoscono il significato, perché amano “Bocca di Rosa” ma vogliono comprenderla realmente prima di inserirla nella loro scaletta. Di ogni Nazione imparano una danza tipica, un canto caratteristico, per poi renderlo parte del loro bagaglio di conoscenza da trasmettere all’altro.

Un tripudio di cultura, di amore, di felicità

Il Nirvana, proprio qui, sotto i nostri occhi.



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