Ho un
appartamento in pieno centro qui ad Almaty. Mi basta girare l’angolo per
trovarmi in un’area pedonale, dal nome impronunciabile, punto di riferimento di
tutti gli artisti locali.
Due giorni fa.
Ero a casa a
lavorare sulle mie ricerche da tutto il giorno, quando la mia testa ha deciso
di essere arrivata al punto di non ritorno. Ho mollato il lavoro e ho chiamato
la mia famiglia su skype. Non avevo voglia di far nulla, volevo solo dormire.
Alla fine mia madre mi ha, più che convinta, costretta ad andare a fare due
passi, anche solo per ossigenare il cervello.
E mi sono
avviata verso la strada degli artisti.
C’era un
ragazzo con una chitarra. Rock leggero in russo. Veramente bravo. Mi sono
seduta davanti a lui, su uno scalino, e sono rimasta ad ascoltarlo per una
decina di minuti. Poi ha passato la chitarra ad un suo amico ed è venuto a
sedersi accanto a me. Per l’ennesima volta da quando sono qui, ho inveito sulla
Torre di Babele, io parlavo in inglese, lui in russo, ma un modo per capirsi –
sudatissimo – lo si trovava. E’ passata una sua amica, con un inglese perfetto
e pulitissimo, l’abbiamo seguita, finalmente avevamo trovato un’interprete.
Anche lei era in compagnia di un gruppo di artisti di strada, siamo rimasti a
chiacchierare tutti insieme.
E’ stato
così che li ho scoperti, per puro caso, neanche volevo uscire di casa quel
giorno.
“Les
Zarmalouloux” sono un gruppo di artisti di strada francesi. Tre anni fa hanno
deciso di lasciare tutto e partire. Cambiare vita per sentirsi vivi e sorridere.
O meglio, far sorridere.
Hanno
iniziato il loro viaggio dall’America per poi spostarsi nel continente
euroasiatico.
Argentina,
Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, Equador, Panama, Costa Rica, Nicaragua,
Honduras, Guatemala, Messico , USA (east cost). E ancora: Cina,Vietnam, Laos, Cambogia,Tailandia, Malesia, Singapore, India. Ora sono
in Kazakhstan in attesa del visto per entrare in Kirghizistan. Poi li aspetterà
l’Europa dell’est e, forse, il ritorno in
Francia.
Girano il mondo armati di biciclette e naso
rosso.
Li ho incontrati, mi hanno detto che stavano
per avere una performance, non sapevano se il giorno dopo sarebbe stati ancora
lì. Quindi sono tornata a casa, di corsa, ho preso la mia macchinetta
fotografica, il mio laptop, e ho assistito sbalordita al loro spettacolo di
giocoleria.
Ciò che lascia senza fiato non è la chitarra
in bilico sul naso, ma il loro modo di approcciarsi alle persone, alla vita.
Gli occhi e la voglia di comunicare oltre le lingue del mondo.
Mi hanno detto che lo show è sempre lo
stesso, ma ogni sera è diverso. Non capivo cosa intendessero fino a quando un
signore kazako sulla sessantina si è alzato da pubblico ed è andato da loro, ha
preso la chitarra e si è messo a cantare una canzone in russo. Poi tutti li
hanno ringraziati, in mille lingue e con il linguaggio del corpo. Sorridevano e
ripetavo “Spasiba”. Avevano l’espressione di chi sta provando un’esperienza del
genere per la prima volta, eppure, sono tre anni che lavorano in questo campo.
Sono rimasta a parlare con loro alla fine. Mi
hanno insegnato (o almeno hanno tentato di insegnarmi) a giocare con le
bandiere e le clavette. In tutta la mia goffaggine, non mi sono mai sentita
così tanto nel momento giusto al posto giusto, a mio agio. Ci conoscevamo a
malapena e mi trattavano come se fossi parte della loro famiglia. Mi hanno
offerto da bere, poi la cena ed un passaggio in bicicletta. Mille sorrisi.
Abbiamo cantato insieme “Bella Ciao” e mi hanno chiesto di tradurgli in inglese
un testo di De Andrè, perché loro non cantano nulla di cui non conoscono il
significato, perché amano “Bocca di Rosa” ma vogliono comprenderla realmente
prima di inserirla nella loro scaletta. Di ogni Nazione imparano una danza
tipica, un canto caratteristico, per poi renderlo parte del loro bagaglio di
conoscenza da trasmettere all’altro.
Un tripudio di cultura, di amore, di felicità
Il
Nirvana, proprio qui, sotto i nostri occhi.
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